101 motivi
10. La Madeleine

“Troviamo di tutto nella nostra memoria: è una specie di farmacia, di laboratorio chimico, dove si mettono le mani a caso, ora su una droga calmante, ora su un veleno pericoloso.”

Così scriveva Marcel Proust della memoria, una enorme farmacia dove poter trovare la pace o la dannazione eterna. Ricordate l’episodio della madeleine in cui l’autore racconta come il sapore di quel dolce inzuppato nel tè lo faccia partire in un viaggio a ritroso nel tempo?

Ho avuto la stessa esperienza un paio di giorni fa, nel mio caso non è stata una madeleine, ma un giocattolo.

L’ho scovato su un sito di roba usata su internet, ancora in confezione anche se impolverato.

Sono delle paperelle a corda, mamma papera e tre paperotti legati a lei da una cordicella rossa, nulla di complicato, un banale gioco ormai passato di moda.

Quando ho aperto il pacchetto e ho scoperto la confezione sono tornata indietro nel tempo. Non è stato un passaggio dolcemente piacevole, è stato un vortice violento e spietato che mi ha strappato a questa realtà e mi ha gettato nella mia infanzia.

 

Io non ho frequentato l’asilo. Ogni mattina quando mamma andava a lavoro mi lasciava a casa dei nonni.

Via Gino Capponi, la seconda villetta a schiera a due piani, l’enorme cancello, le aiuole del giardino, la palma piantata quando nacque mio zio diventata più alta della casa stessa, il cespuglio di margherite da cui prendevo sempre qualche foglia da regalare alle lumache che uscivano puntualmente dopo la pioggia, il pergolato che si caricava dei grappoli del glicine a maggio, la cuccia di Ras, l’ultimo cane che i nonni avevano avuto, ancora lì vuota, il tavolo e le sedie di plastica che lavavano con la pompa d’acqua quando arrivava la primavera e si poteva stare fuori, e la casa che sapeva di casa, umida anche in estate, che la mattina odorava del caffè latte in cui nonno inzuppava le fette biscottate, io che mi sistemavo in poltrona a guardare Super Vicky e aspettavo di uscire con nonna a fare la spesa.

Verso le nove Nonno prendeva il suo 126 e andava alla sezione dei mutilati. Combattè durante la seconda Guerra Mondiale, era un carrista Nonno Mario. Nell’esercito giudò il carro armato, e secondo me guidava il suo maggiolino allo stesso modo. Fu mandato in Africa a Tobruch, una granata lo colpì e tornò a casa senza un occhio e con una medaglia al valore. Stando a quello che diceva mio padre da qualche parte nonna in casa conservava ancora l’attestato al merito firmato dal Generale Rommel. Stando al nonno non si sa dove l’abbiano messo, non è stato più ritrovato. Nonno Mario all’apparenza era tutto tranne che un eroe di guerra, di poche parole, rideva molto e dormiva tanto. Era solito cantarmi canzoncine in dialetto poco adatte ad una bambina ma che a me piacevano tanto.

Ho trascorso la mia infanzia con nonna Alba, io porto il suo nome. La nostra mattinata iniziava così: dopo aver salutato il nonno, andavamo al piano di sopra e io l’ aiutavo a sistemare casa. Verso le dieci uscivamo per andare a fare la spesa. Era sempre lo stesso giro, ma era felicemente confortante tornare negli stessi negozi e ripercorrere il tragitto fatto il giorno prima; la merceria di Mafalda e l’odore dei fustini dei detersivi dove adoravo scovare le sorprese che di tanto in tanto uscivano, Mario il fruttivendolo che mi salutava sempre con una carezza sulla guancia e il profumo della rosetta con la mortadella comprata all’alimentari pochi metri dopo, l’ovetto kinder avuto in cambio del resto da Carletto e l’edicola dove nonna passava per comprare libri nuovi.

Era un giorno come tanti e durante il nostro giro passammo in piazza Incoronazione di fronte a un piccolo tabacchi che vendeva anche giocattoli e lì, in vetrina, vidi quelle paperelle.

Chiesi a nonna di comprarmele e lei mi disse che non aveva abbastanza soldi con sè quel giorno.

Tornammo a casa ma io avevo ancora il pensiero fermo a quel giochino.

Quel pomeriggio dopo essere tornata a casa con mamma andai di nascosto all’ingresso e presi dei soldi dalla sua borsa attaccata all’uomo in piedi (era così che noi chiamavamo l’appendiabiti “Uomo in piedi” (^^) ).

Non ricordo di preciso quanto, forse cinque mila lire, non saprei. Fatto sta che la mattina dopo glieli diedi a nonna dicendo: “Così adesso hai i soldi per comprarmi il giocattolo”.

Ricordo la sorpresa sul viso di nonna quando mi chiese la provenienza di quei soldi e io candidamente le confessai il mio reato.

Nonna poi lo disse a mia madre e lei mi rimproverò per aver preso i soldi senza permesso, ma le paperelle alla fine me le hanno comprate lo stesso.

Pensavo di fare una cosa buona, dare i soldi a nonna che non ne aveva abbastanza, anche se erano per fare un regalo a me.

E’ stato emotivamente devastante riavere di nuovo in mano quel giocattolo, le lacrime sono scese senza freni al ricordo dei miei nonni e di quell’episodio. Credo lo ricordi ancora anche mia madre.

Quelle paperelle sono state per me come le madeleine per Proust, la chiave per aprire un ricordo.

Troppo spesso dimentichiamo il passato, troppo spesso dimentichiamo chi siamo stati e chi ci ha amato.

Anche se alcune persone non ci sono più, continuano a vivere in noi. Facciamo tesoro dei nostri ricordi perchè solo così faremo tesoro anche dei nostri amori.

 

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