Tokyo, è passata da un pezzo la mezzanotte, non riesco a dormire, prendo il walkman e metto su la cassetta dei Cranberries. Il fruscio del nastro, immobili secondi di attesa, partono le note di “Linger” e torno indietro nel tempo.
Sono ai primi mesi di università a Roma, una grande e vecchia casa condivisa con le mie amiche di giù. Io che combattevo ogni giorno la nostalgia di casa e mi immergevo nell’odore di quella città che non volevo.
Il mio rifiuto al cambiamento e l’inevitabile certezza che tutto stava già cambiando anche senza il mio consenso, quei biglietti per il concerto dei Cranberries comprati alla Ricordi e la voglia di perdersi nella musica per una sera. Ricordo l’avventura per raggiungere il Palaghiaccio di Marino, perchè a stento avevamo capito la metro di Roma, figurarsi la rete ferroviaria del Lazio, tornare a Termini con le orecchie che ronzano ancora della voce di Dolores, il tragitto su un autobus notturno stipato di gente costato alla mia coinquilina il telefonino, fregato elegantemente da chissà chi. Immagini su immagini di un passato che fa male, il viso del mio ragazzo che con un sorriso idiota una sera viene e mi dice che ha baciato l’amica del suo coinquilino, io che abbozzo, felice che sia stato “sincero”, felice che lei abbia detto “Alba è una brava ragazza” , felice di stare precipitando verso una versione di me che non sono io.
Strano come funzioni il pensiero, basta un odore, un sapore, un suono che colpisca i sensi e quello parte. Non lo riacciuffi più, perchè quando ti rendi conto di dove sei, hai già fatto il giro del mondo dei tuoi ricordi mille volte. A quel punto provi a capire da dove hai iniziato, qual è stata la scintilla che ha innescato quel meccanismo, e così, per la seconda volta in pochi istanti, ripercorri ancora quelle diapositive.
Le lacrime scendono e piango per tutti gli errori fatti, per quelli che forse avrei dovuto fare, per la nostalgia e la rabbia di sapere che quel maledetto passato non è mai andato via, è sempre stato lì a aspettare di prendermi a schiaffi nuovamente. Stavolta però glielo faccio fare, lo sfido a viso aperto e mi faccio colpire, voglio che faccia male, voglio sentire tutto quello da cui sono scappata, riprendere in mano vecchie foto e ascoltare quelle canzoni che il Tribunale dell’Inquisizione della mia mente aveva messo al bando.
“Linger” era proprio una di quelle. Quando un paio di settimane fa ho comprato online un walkman usato identico a quello che usavo alle medie e la cassetta dei Cranberries, ho capito che quel passato era tornato.
Scrivere questo blog per me non è esattamente una passeggiata di salute.
E’ fottutamente difficile, cazzo. Eppure continuo, in una sorta di auto terapia condita da masochismo, a scavare nei ricordi.
Ho lasciato l’Italia per dimenticare il passato, fuggire dal presente e costruire un nuovo futuro.
Lascerò il Giappone per riprendere da dove ho interrotto.