101 motivi
5. La spontaneità

Quanti amici avevate da bambini? Quanti al liceo? Quanti all’università? Quanti adesso?

Un numero che lentamente decresce con l’aumentare dell’età. Sfido a trovare una persona sotto i quaranta che possa vantare di avere amici, veri, in un numero a due cifre.

Torniamo per un attimo indietro nel tempo, precisamente a quattordici anni fa, a quando sono arrivata a Tokyo con la prospettiva di studiare in Giappone per un anno. Ho volutamente evitato di frequentare i compagni del corso di giapponese, tutti gaijin (stranieri) come me, per migliorare la lingua e grazie a una mia amica jappo sono riuscita a intrufolarmi in una grossa comitiva di ragazzi nipponici. Ero bombardata tutti i week end da giapponesi che non spiccicavano una parola d’inglese, e in un contesto del genere o sopravvivi o soccombi. Sono sopravvissuta ovviamente e il mio livello di conversazione è andato alle stelle. In quel periodo non mi sono chiesta se quei ragazzi fossero davvero “miei amici”, mi ci sono ritrovata in quella comitiva e ci stavo pure bene.

Poi, qualche mese dopo, quando l’euforia del “Che figata ho un’orda di amici jappi” si era placata, ricordo un discorso fatto con uno dei miei coinquilini sul tetto della nostra Guest House.

Avevo introdotto Josean nella mia comitiva da qualche mese e lui era entusiasta della nuova vita e dei nuovi amici, era un pomeriggio di primavera e ci ritrovammo sul terrazzo, il nostro posto preferito per chiacchierare.

Josean con occhi che brillavano mi disse che era super felice di essere andato via dalla Spagna e aver intrapreso questa avventura a Tokyo, e che grazie a me ora poteva avere anche la fortuna di avere tanti amici giapponesi. Io falciai quell’entusiasmo e dissi: “Perchè tu credi che siano veri amici?”

Lui ci credeva per davvero, e con una faccia seria che aveva raramente, mi disse di sì.

Avevo ragione io.

Dopo quattordici anni non frequento più nessuno di quella comitiva.

Cosa è andato storto? Cosa ci ha fatti allontanare?

Una delle ragioni è sicuramente l’essere cresciuti. C’è chi ha cambiato città, chi si è sposato, chi ha figli e un mutuo da pagare e non c’è più tempo per andare a ubriacarci, stare fuori fino all’alba e tornare con il primo treno del mattino.

Diventare adulti è un deterrente all’amicizia, ma c’è altro.

C’è un muro culturale che in noi gaijin non esiste.

Ieri mi sono vista con una mia amica giapponese che non vedevo da anni. Anche lei era parte di quella comitiva. Mi ha contattato dopo aver letto, e tradotto su google translate, uno dei miei precedenti post in cui annunciavo il mio ritorno in Italia. E’ stato bello rivedersi e aggiornarci un po’ sulle nostre vite, ma è stato tutto di superficie. Non so come spiegarlo ma non siamo andate nel profondo. Colpa mia forse che non riesco a penetrare nell’animo di questo popolo.

Il Giappone manca di spontaneità.

Da noi è normale chiamare un amico senza mandargli un messaggio “Ti disturbo” prima di telefonare, citofonare senza preavviso e dire “Sono io, apri” solo per prendere un caffè assieme e fare due chiacchiere. Qui devi organizzare con calendario alla mano e far combaciare tutti i tremila impegni prima di poter trascorrere due ore con quell’amico. Le improvvisate non si fanno nemmeno in famiglia. Io a casa di mia suocera, o mia cognata non mi sono mai presentata senza prima aver avvisato o essere stata invitata.

Dove sono finiti gli amici invadenti e i parenti che ti bussano giusto all’ora di cena quando hai già messo tavola?

In Italia è normale e non provi soggezione a ricevere gente in casa anche se hai i piatti sporchi nel lavello e il bucato messo a stendere in sala, abbracci quella persona, le sorridi e chiedi “vuoi favorire?” mostrando gli avanzi del pranzo.

Da quando sono qui ho perso la spontaneità e mi manca. C’è sempre quel velo di “magari disturbo” che aleggia e non ti fa vivere d’istinto. Da quattordici anni vivo qui e da quattordici anni vivo con la testa e non col cuore. Il Giappone è una società costruita su mattoni di regole che nessuno osa toccare; non parlare al telefono sui mezzi, non soffiarti il naso in pubblico, non abbracciare, non stringere la mano, rispetta le strisce pedonali, parcheggia l’auto di culo e non di testa, non ascoltare la musica mentre sei in bici, vivi in silenzio e non dare fastidio al tuo vicino di casa, non fumare sul balcone o per strada, fidati di quello che dicono i politici in tv, abbassa la testa e vai a lavorare.

Non è il Giappone o i giapponesi a essere sbagliati. Loro sono giusti per queso paese, sono io che sono fuori posto.

Amo questo Paese, sicuramente mi mancherà da morire una volta essere tornata Italia, ma è ora di recuperare la spontaneità persa.

Farò mia quella mancanza, mi sforzerò di ricordare com’è semplice presentarsi sotto casa di un amico senza invito e proverò vivere un po’ più di cuore e meno di testa.

 

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