Siamo fatti di luce e ombra, di ordine e caos, di rumore e silenzio, di amore e odio. A volte ce ne dimentichiamo.
Ho deciso di lasciare Roma e venire a Tokyo per anestetizzarmi. Ho scelto volontariamente di vivere in una società abbagliata dalla luce per annientare le mie ombre. Potete biasimarmi?
Ero reduce da una storia finita male di cui vivevo ancora gli strascichi e che mi aveva rallentato nello studio all’università. Io e la mia idiota convinzione che l’amore arrivasse una volta sola nella vita e che se perdevi quel treno eri fuori dai giochi.
Io che non sentivo più nulla, che pensavo di aver toccato il fondo e poi dagli abissi è arrivato un mostro più grande di me.
Quel cancro che mi ha strappato via papà in così poco tempo, che ha distrutto quello che rimaneva di me stessa. E non è vero che col tempo fa meno male, la mancanza diventa un buco nero e anche se passano gli anni ti abbraccia e ti riporta a quella notte, all’ospedale di San Giovanni Rotondo quando tu, poco più di vent’anni, assisti alla morte dell’unico uomo che sai non ti tradirà mai.
Dopo non rimane nulla, solo buio e quelle ombre che ti fanno compagnia in mondo di caos dove la luce non arriva più.
Avevo bisogno di luce. Ho mollato tutto e sono venuta qui. Fanculo Roma, fanculo il mio ex, fanculo la laurea specialistica, fanculo il cimitero, fanculo a quella vita di ombre.
Avevo bisogno di nascondermi, di confondermi in un mondo che non sapeva chi fossi. Ho scelto un posto lontano 9854 km da casa. Non c’era un posto più vicino. Era l’unico.
Non sarei quella che sono se non avessi vissuto qui. Mi sono camuffata tra le strade di questa metropoli, confusa tra occhi a mandorla e insegne al neon, adattata a regole che ho imparato a rispettare, a codici di comportamento che hanno ridato ordine alla mia vita disordinata.
La vita qui a Tokyo è abbagliante, splende di pulizia e perfezione, di bellezza e tradizione, di consumismo e benessere, di ordine e simmetria, di puntualità e inchini, di cortesia e precisione. Eppure dietro tutto questo si cela ben altro.
Qui apparire è un dovere e l’essere è un crimine, una società dove il “pare brutto” non esiste. In un Paese dove per scaricare lo stress si beve alcool fino a distruggersi, dove gli impiegati il fine settimana li trovi a incuiccarsi nei bar e a dormire sul ciglio di un marciapiede dopo aver perso l’ultimo treno per tornare a casa, dove chiedere sostegno psicologico è un tabù, dove si preferisce morire anziché chiedere aiuto.
CI ho provato a vivere di luce, ma la mia ombra mi ha seguito fino a qui.
Perchè, per quanto la luce delle regole giapponesi mi abbia rimesso in riga, io sono fatta anche di buio.
Prendo in prestito ciò che disse Wendy a Peter Pan:
“Dopo tutto non si può lasciare la propria ombra in giro senza sentirne la mancanza prima o poi.”
Torno in Italia per ritrovare la mia ombra, una volta che l’avrò scovata me la cucirò bene addosso in modo che non scappi più.