101 motivi
8. Ricordati di respirare

In pochi riconosceranno questo posto, o magari vi sottovaluto e in molti sapete dov’è.

Siamo al Convento dei Cappuccini di Vico del Gargano, affacciati al belvedere del parco della Rimembranza. Questo luogo è uno dei motivi scritti sul quel leggendario taccuino.


69, per le tue passeggiate al convento!

Vedete?

Ho le prove, vi dico la verità.

Per me Vico è sempre stato un posto magico. Quella mansarda, usata un mese all’anno per le vacanze, i miei la comprarono l’anno che sono nata. Gli arredi sono gli stessi che gli zii portarono da San Severo: il vecchio comò della bisnonna con i suoi traballanti tiretti, il letto di Dracula ribattezzato così per la carta rossa che lo tappezza all’interno, il ripostiglio stipato di vecchi secchielli e palette, la lampada a luci rosse posta accanto alla tv che accendevamo la sera prima di andare a letto. La chiamammo così perchè zia Maria credette bene di metterci una lampadina rossa. Quel lume fa ancora la stessa luce colorata, dubito sia la stessa lampadina di allora, ma mi piace credere che lo sia.

Trascorrevamo il mese di agosto in otto, la mia famiglia e quella dei miei cugini che vivevano a Milano. A volte diventavamo anche dodici quando i nonni e gli zii da San Severo decidevano di trascorrere il Ferragosto assieme a noi. Avevamo un solo condizionatore enormemente rumoroso e il caldo lo combattevamo con i ventilatori e i gelati della Standa. E nessuno si lamentava del casino e delle scomodità. Eravamo troppo presi dal goderci la compagnia l’uno dell’altro per notare come quella casa fosse in realtà troppo piccola per tutti. Un unico bagno in otto, la corsa di noi bambini dopo il mare per fare a gara a chi si lavava i piedi per primo, l’acqua calda che finiva sempre sul più bello, colpa di quello scaldabagno troppo piccolo e la bombola della cucina a gas che puntualmente era vuota il 15 agosto. La mia infanzia è racchiusa in quella casa e crescendo è lì che l’ho lasciata.

La passeggiata il pomeriggio al convento divenne una mia abitudine da adolescente. Di solito scendevamo al mare la mattina e, troppo pigri per riprendere la macchina di nuovo, trascorrevamo il resto della giornata a Vico. Io, giusto alla contr’ora, mettevo in borsa il libro e andavo sola a leggere al parco.

Me ne stavo lì a gambe incrociate sul muretto, con la schiena poggiata contro quella palizzata pericolante che non mi ha mai tradita. Erano quelle estati che, dopo un anno di studio matto e disperatissimo, trascorrevo leggendo a più non posso. Le estati in cui mi innamorai di Dostoevsky, mi emozionai con le sorelle Brontë, trattenni il fiato leggendo il nome della Rosa, mi persi nelle angosciose vicende di Anna Karenina. Quelle estati in cui mi bastava un libro e un paio d’ore seduta in quel parco per ritrovare pace. In quei pomeriggi io respiravo. Mi riempivo i polmoni dell’odore della mia terra, degli ulivi e del profumo del mare che danzando sulle colline arrivava fino a me e mi sentivo felice.

Oggi invece sono lontana, troppo lontana da quel posto e non mi arriva ossigeno.

Ogni tanto mentre sono seduta in macchina, o sto preparando la cena, devo ricordarmi di respirare.

E, quando questo accade, allento volontariamente la tensione sulle spalle, chiudo gli occhi, sospiro e semplicemente mi ricordo di respirare normalmente.

A voi è mai capitato?

A me accade di continuo.

Vivo perennemente in apnea e il mio corpo stremato mi implora di dargli ossigeno. La vita qui a Tokyo mi ha tolto l’aria, molti doveri, troppe poche libertà. Perchè ogni qualvolta provo a riprendere fiato ecco che arriva qualcosa che mi strattona e mi allontana di nuovo da ciò di cui ho bisogno.

Non si vive senza aria.

Vorrei essere lì ora, seduta in quel parco, un libro tra le mani, il Nokia 3310 dimenticato in borsa e la pelle arrossata dal sole preso la mattina sulla spiaggia di San Menaio.

Vorrei essere lì a respirare senza dover ricordare di farlo.

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