Non sento più niente. Sono sotto anestesia, qualsiasi emozione positiva non mi arriva, mi scivola addosso e svanisce. Ogni giorno scorre via e io non ci sono più, esisto ma non vivo. Mi privo di qualsiasi cosa possa farmi stare bene, o almeno meglio di come sto, perchè peggio forse è impossibile. Mi viene in mente una vignetta, ve lo posto qui sotto così da farvi capire un po’ la situazione.
Non riesco più a gestire il benché minimo inconveniente. Il 14 Aprile scorso, la notte prima del trasloco alla mia nuova casa di Tokyo, mi sveglio nel cuore della notte, saranno state le due credo, prendo in mano il telefono e apro le mail. Tra spam e newsletter mi arriva una mail da ITA (nuova Alitalia) che senza alcuna motivazione mi comunica che il mio volo per Roma del 4 luglio era stato cancellato. Amen. Niente di più.
Quel messaggio ha aperto per me le porte dell’inferno. Tempismo di merda oltretutto considerando che il mattino dopo avrei dovuto traslocare. Ora non si trattava di un semplice trasloco. Dopo sette anni di vita in una casa di 90 mq stavamo per spostarci in tre in un appartamento di 65mq. Ora, in 7 anni si accumula una marea di roba e anche dopo aver dimezzato il mobilio ero seriamente preoccupata di riuscire anche a mettere piede nel nuovo appartamento. Ero reduce da una settimana da incubo in cerca di un appartamento in affitto a Milano. Cercare casa è stressante, farlo stando dall’altro capo del mondo diventa un’impresa sovra umana.
Ero in trattativa per un appartamento che pensavo già mio, salvo poi arrivarmi il messaggio dell’agente immobiliare che la proprietaria aveva scelto qualcuno che sarebbe entrato prima di me. E quindi ennesimo sforzo e giorni di mail e videochiamate andati in fumo.
La cancellazione del volo io davvero non me la meritavo.
Ora ogni persona sana di mente e con un discreto equilibrio non ne avrebbe fatto un dramma, avrebbe chiesto il rimborso e riprogrammato con un’altra compagnia aerea. Ogni persona l’avrebbe fatto, io no. Io sono sprofondata in un baratro di autodistruzione come quel cuore nella vignetta che piange disperato.
Ho vissuto il giorno del trasloco come in trance persa in una tristezza infinita. Ho anche pensato di mandare tutto a puttane, rinunciare all’Italia e al trasferimento in preda ad una sindrome da vittima del destino avverso che non credevo mi appartenesse.
A quel punto in una casa piccola con la roba che mi soffocava ho reagito istericamente iniziando a buttare e vendere roba, anche parte delle bambole della mia collezione e chi mi conosce sa quanto tenga a loro. Avevo bisogno di aria e per farlo dovevo ripulire lo spazio attorno a me. Ha funzionato? No.
Sotto consiglio della mia psicologa mi sono fermata. Mi sono presa del tempo per evitare di agire in preda alle emozioni e così ho fatto. Tuttavia, le parole che più di tutte hanno fatto presa su di me, sono state quelle di mia madre che preoccupata per un mio rinvio a data da destinarsi mi ha detto che non sarei riuscita a restare qui per un altro anno ancora. E aveva ragione.
Perchè alla possibilità di dover rinviare la partenza mi sono sentita morire dentro. Perchè significava mettere da parte me stessa per l’ennesima volta. L’Italia per me non significa solo nostalgia di casa e di famiglia, rappresenta un primo passo verso chi voglio diventare e chi non voglio più essere. Significa libertà e voglia di indipendenza, significa ossigeno e possibilità, significa autostima e voglia di crescere.
Questo trasferimento non è un capriccio, è lo step finale di un lento percorso che mi ha portato a realizzare che io qui non sono felice. Lasciare il lavoro perchè il mio stipendio non cambiava il bilancio economico della famiglia è stato il primo errore che ho fatto. Mi sono accomodata in una confortante stabilità economica che non era mia. Ora voglio rimettermi in pista perchè io posso fare molto di più che la mamma e la massaia. Perchè essere donna non significa doversi accontentare, significa dover fare il doppio del lavoro di un uomo per sentirsi realizzata.
Vado via perchè il mio matrimonio non sta andando come avevo sperato. Sono verità che normalmente si tengono nascoste, che si camuffano dietro i sorrisi di una foto di famiglia, sono cose che non si dicono. Io le dico e le ammetto.
Mi sono quindi presa del tempo per calmarmi, non abbastanza forse, ma non potevo fare altrimenti.
In uno di quei giorni di stallo, mentre camminavo vicino la scuola di mio figlio, sono passata sotto un pergolato di glicine. La vista di quei grappoli fioriti mi ha riportato a casa, da mia nonna, nel suo giardino. A quei pomeriggi di maggio dove il profumo dei fiori e il ronzare delle api mi teneva compagnia, a quel periodo della mia vita in cui ero felice e non lo sapevo. E ho realizzato che dovevo darmi da fare, che dovevo rialzarmi per l’ennesima volta e rimettermi a lavoro. Perchè la felicità non piove dal cielo, te la devi costruire giorno dopo giorno.
Oggi ho un nuovo biglietto aereo, per Parigi questa volta, non è ancora Italia ma ci siamo vicini, una trattativa in corso per un altro appartamento e ancora scatoloni da aprire e risistemare, e anche se la sensazione di vuoto me la porto ancora dentro, ci provo lo stesso a andare avanti, perchè indietro io non ci voglio più tornare.