Cosa ricordate di questo libro?
Badate bene sto parlando del libro, non del film.
Quale parte vi è rimasta impressa? Quale a distanza di anni è ancora vivida nella memoria?
Io ancora adesso ricordo l’inizio quando, andando a ritroso nel tempo, Elizabeth ritorna a una notte insonne, all’ennesima notte che trascorre nascondendosi in bagno a piangere mentre suo marito dorme profondamente in camera da letto. In quel preciso momento realizza che non può più continuare a vivere una vita che non sente sua. Elizabeth sprofonda e nella disperazione si rivolge a Dio. Una semplice richiesta posta all’Invisibile: Per favore dimmi cosa fare. Poi una voce in risposta nella sua mente: “Torna a letto.”
Mangia, prega, ama non è l’esperienza personale di una donna in crisi di mezza età, è una storia universale, è il racconto di una crisi che viviamo tutti, che sto vivendo anch’io.
Quante volte a letto piango, il sonno scomparso e farmi compagnia solo i brutti pensieri. Il magone sale all’imbrunire e diventa insopportabile quando mi infilo sotto le coperte e, una volta rimasta la sola sveglia in casa, posso lasciarmi andare. Mi concedo di piangere fino a finire le lacrime e mi addormento così, stremata.
Succede anche a voi?
Scommetto di sì, ma non lo dite. Quelle crisi non si dicono, sono un segreto da condividere con l’insonnia, non sono cose da raccontare in giro. Ti sfoghi, piangi, ti addormenti e il mattino dopo ti vesti di un nuovo sorriso e affronti la giornata.
La stanchezza triste della sera l’ha ribattezzata la mia psicologa. Tutti siamo stanchi a fine giornata, non tutti siamo tristi però. Ogni giorno mi stanco vivendo una vita che non mi rende felice e quindi a fine giornata oltre alla stanchezza ecco arrivare anche la tristezza, appunto la stanchezza triste della sera. Lapalissiano direi.
Resilienza, la capacità che un corpo ha di resistere agli urti esterni. (Cit.)
Non è una novità “Occidentale” è un concetto fisico e filosofico universale. Come il bambù si piega al vento senza spezzarsi, così l’animo umano resiste adattandosi a nuove situazioni.
Resilienza, una parola così in voga negli ultimi anni. Un termine che odio, il suono stesso della parola è insopportabile.
Fanculo la resilienza e fanculo la filosfia zen del bambù.
Sapete cosa vi dico?
Spezzatevi.
Se la vita vi investe come un treno in corsa non spostatevi, fatevi colpire. Riducetevi in pezzi e non prendetevi la briga di rimetterli a posto. Lasciateli lì. Perchè quello che si è rotto non torna più come prima. Non adattatevi, urlate, piangete e gridate ancora più forte, fregatevene del giudizio degli altri, nessuno vi conosce meglio di voi stessi. Seguite il vostro istinto e non fate quello che il Mondo crede sia giusto. Fate quello che è giusto per voi. Non siate resilienti, siate folli e rivoluzionari. Se non vi piace la vostra vita disfate tutto e ricominciate daccapo, perchè la nostra esistenza è troppo breve per sprecarla a resistere.
Resistere a cosa poi? A quella valanga di valori morali e civili che ci ficcano in testa fin da bambini?
Sposati, fai un figlio, lascia il lavoro, occupati della casa e dimentica di essere qualsiasi cosa di diverso da quello che gli altri vogliano che tu sia.
Non tradire, non mentire, non parlare, non pensare, non sognare, non ti lamentare, non piangere, non essere ingrata, non rispondere, non essere quello che sei. Sono questi i Comandamenti da seguire per essere “perfetti”.
E allora, scusa mamma se non sono perfetta.
Tradisco, mento, parlo, penso, sogno, mi lamento, piango, sono un’ingrata, rispondo, ma sono quella che sono.
Elizabeth Gilbert nel libro avrebbe potuto scegliere di restare col marito, continuare a vivere una vita “perfetta” e tenere duro. Avrebbe potuto fare quello che la sua famiglia e la società si aspettavano che facesse, ma non è stato così, anzichè resistere ha mandato tutto a puttane e ha iniziato a viaggiare.
Io non ho intenzione di fare il giro del Mondo, di abbuffarmi di pizza a Napoli, di rintanarmi in un ashram in India o di vivere un amore passionale a Bali, ho semplicemente deciso di tornare a casa perchè di sopportare ne ho abbastanza.